L’onore dell’Italia e l’onore degli uomini

Davvero belle le immagini dei bagnanti sulla spiaggia di Sicilia che, accortisi delle difficoltà di un gruppo di profughi provenienti dalla Siria, stipati su un peschereccio malandato in secca a pochi metri dalla riva, non esitano a prestare soccorso incuranti delle condizioni del mare.

Giovani e meno giovani, uomini e donne, chi più e chi meno, chi in acqua e chi a riva, comunque tutti, ad aiutare persone in pericolo e stremati dal lungo viaggio e dalle privazioni. Senza porsi inutili domande e senza attendersi alcunché. Con tutto quello che hanno a disposizione, lì e sùbito.

Particolarmente significativa l’immagine della signora non più tanto giovane, che non si preoccupa di affrontare le onde con il vestito per sostenere e offrire il braccio a una anziana profuga, aiutata dall’altro lato da una giovane in costume da bagno; forse sua figlia o, forse, solo una vicina di ombrellone. Tre generazioni di donne unite dalla solidarietà e dalla comunanza: una madre e una figlia che si curano di una vecchia nonna.

Non sembra aver colto l’essenza, però, il Presidente della Repubblica, nel ritenere che quelle immagini ” rendono onore all’Italia “. Non importa nulla quale sia la nazionalità dei bagnanti (e, in verità, neanche quella dei profughi). Potrebbero essere siciliani o pugliesi, italiani o albanesi, messicani o svizzeri, non cambierebbe nulla. Le immagini rendono onore agli esseri umani, a quegli uomini e a quelle donne. E tanto basta per sentirsi orgoglioso di essere un loro simile.

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Mediazione obbligatoria, soppressione uffici giudiziari e avvocati

In un blog di una pubblicazione on line, collegata con la prima pagina del sito di un diffuso quotidiano nazionale, è apparso ieri un intervento che meritava un commento critico e circostanziato.

Si pubblicano l’intervento, le credenziali degli autori e il commento, lasciando ai lettori del blog ogni altra considerazione.

 L’intervento apparso ieri sulla pubblicazione on line

 Avvocati alla riscossa contro il ministro Cancellieri: continuiamo a farci del male

 “Continuiamo così, facciamoci del male”. La famosa battuta di Nanni Moretti nel film Bianca calza a pennello alle ultime uscite degli avvocati contro il ministro Cancellieri. La polemica riguarda il cosiddetto ritorno della mediazione obbligatoria nel Decreto del Fare e la revisione della geografia giudiziaria che prevede la chiusura dei “tribunalini”.

Gli avvocati si sono detti “umiliati e offesi” dalle recenti dichiarazioni del ministro, hanno rifiutato di incontrarlo e si accingono a condurre l’ennesima serrata battaglia in Parlamento contro le riforme della giustizia civile promosse dal governo (che, per la verità, ci erano sembrate casomai troppo timide). Non è la prima volta e vedremo con quali effetti non solo per il paese, ma per la loro stessa categoria.

Richiamiamo brevemente i fatti. La mediazione obbligatoria, introdotta nella scorsa legislatura dal governo Monti per ridurre i tempi biblici delle cause (cercando di promuoverne una soluzione extragiudiziale), era stata bocciata dalla Corte Costituzionale per difetto di delega dal parlamento.

Il governo Letta ha reintrodotto la mediazione nel recente decreto, attenuandone comunque la portata. La sua obbligatorietà, infatti, si limita a un tentativo a costi molto ridotti e la durata del procedimento è limitata a 3 mesi. Ciò che più rileva è che, prevedendo le reazioni degli avvocati, è stata esclusa la materia della Responsabilità civile auto (un regalo agli avvocati della Campania dove, secondo i dati ufficiali del 2011, pende addirittura il 55% delle cause in materia), è stato consentito a tutti gli avvocati di svolgere di diritto le funzioni di mediatore ed è richiesta la loro firma per omologare il provvedimento finale.

Non basta. Anche in questi termini ridotti, la mediazione è vista da una larga parte degli avvocati come il fumo degli occhi perché potrebbe sottrarre delle cause, riducendo i già magri ricavi della categoria. A nulla rileva il fatto che si potrebbero spostare dalle aule dei tribunali decine di migliaia di cause minori, spesso pretestuosamente promosse, a vantaggio della collettività.

Analoghe considerazioni valgono per il taglio dei 31 tribunalini e delle 220 sedi distaccate. La ratio qui, si badi bene, non è solo di risparmiare (almeno €50 milioni), ma anche e soprattutto di avere una migliore qualità della giustizia. Nei piccoli tribunali, si sa, i giudici finiscono per essere dei generalisti che si occupano di tutto.

Lo stesso Csm ha riconosciuto che un ufficio con una pianta organica inferiore a 40 magistrati perde economie di scala e di specializzazione. La reazione, che ha significativamente trovato d’accordo tutti i partiti nelle Commissioni giustizia, è stata rabbiosa: enti locali, avvocati, magistrati hanno lamentato i ciechi “tagli lineari”. È stata adita la Corte Costituzionale che, però, in tempi fulminei si è pronunciata salvando il provvedimento (ad eccezione del tribunale di Urbino). Ovviamente, i principali interessi in gioco sono quelli degli avvocati locali, che temono di perdere una rendita di posizione e di affrontare qualche inconveniente dovendosi spostare di qualche chilometro per le udienze. Il resto non conta.

Le argomentazioni utilizzate per contrastare tutte le riforme proposte negli ultimi anni si sono sempre fondate su elevati principi costituzionali. Si è parlato, tra l’altro, della specialità degli avvocati, del loro ruolo di custodi dei diritti dei più deboli, di lesione della loro dignità, di attacco dei poteri forti, ecc. Il precedente governo è stato perfino attaccato perché tecnico e quindi carente di legittimazione. Di interessi economici di categoria non si e mai parlato.

La verità è che ogni riforma volta a modernizzare o liberalizzare la professione (e che pure incontrerebbe i favori di una parte importante dell’avvocatura) è stata osteggiata con ogni mezzo da quella parte che riesce a sopravvivere solo grazie alle distorsioni della giustizia civile. Così sono state affossate le prime riforme Bersani che avevano introdotto la pubblicità e il patto di quota lite (che consentiva a chi non se lo poteva permettere di pagare l’avvocato in funzione del risultato ottenuto) e le recenti riforme del ministro Severino che prevedevano la possibilità di costituire società professionali con soci di capitale e l’obbligo di fornire un preventivo al cliente.

La controriforma, adottata pochi giorni prima dello scioglimento delle camere, ha introdotto perfino una competenza esclusiva, prima inesistente, per le materie connesse all’attività giurisdizionale (solo gli avvocati ora possono dare consulenza extragiudiziale) e i poveri praticanti non devono essere pagati (dopo 6 mesi “può” – bontà loro – essere riconosciuto un compenso per l’attività svolta per lo studio).

L’operazione finora è andata bene per le organizzazioni di categoria, ma il paziente sta morendo: la professione ha subito una dequalificazione (confermata dai numeri decrescenti degli iscritti a giurisprudenza) e i redditi sono in calo. La risposta non è il numero chiuso all’università o la protezione di chi oggi sta già lavorando (magari raschiando il barile, come nel caso degli incidenti stradali). Al contrario, occorre una riqualificazione con interventi volti a favorire la specializzazione, l’integrazione degli studi legali, il lavoro in forma organizzata per importanti clienti che vedrebbero di buon occhio un’esternalizzazione dei costi aziendali del servizio legale, aprendo nuove nicchie di mercato, ecc.

Per esempio, consentendo l’accesso ad attività oggi riservate ad altre professioni, come quella notarile. Se i numeri contassero, gli interessi del paese dovrebbero prevalere in Parlamento su quelli di una categoria, per quanto influente. Così non è. Quando diventeremo un paese normale dove i voti si contano sul serio?

 Le credenziali dei due autori dell’intervento

 ……………….. è nato a Milano il 13 novembre 1956. Si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Padova. Ha conseguito un Master all’Università di Cambridge e uno alla Yale Law School. Ha fatto per alcuni anni l’avvocato a New York e a Parigi.

E’ Presidente di un grande studio legale che ha contribuito a fondare nel 1999. Dal 2001 è professore di Diritto dell’Unione Europea presso l’Università di Padova.

Scrive di questioni di giustizia, finanza ed economia su testate internazionali e nazionali. Tra queste: The Wall Street Journal, Le Monde, Il Corriere della Sera.

E’ appassionato di musica (dalla classica al rock), cinema e fotografia.

 

…………………….. è nato a Sestri Levante (GE) il 9 settembre 1977. Si è laureato in Ingegneria per l’Ambiente e il territorio presso l’Università di Genova. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Economia, mercati, istituzioni presso IMT Alti Studi – Lucca.

E’ direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni. Si occupa di economia dell’energia ed economia dei servizi pubblici. Dal 2007 cura il rapporto annuale “Indice delle liberalizzazioni”. E’ editorialista dei quotidiani Il Foglio e Il Secolo XIX e fa parte del comitato di redazione delle riviste Energia e Aspenia.

Ascolta entrambi i generi musicali (country e western), indossa bolo tie, guida un Suv, è harleysta e fuma la pipa (solo tabacchi aromatici).

 

Il commento di depretore pubblicato sulla rivista on line

Molte imprecisioni e valutazioni errate, che rivelano la carente visuale  “pratica”  sull’argomento trattato da parte degli autori del testo.

Iniziamo dalla mediazione obbligatoria:

1) è stata introdotta con il decreto legislativo n. 28 del 2010, sulla base della delega contenuta nella legge n. 69 del 2009; il governo Monti non c’entra nulla, era in carica il governo Berlusconi con ministro della giustizia Angelino Alfano  (che, pare, abbia qualche parente con forti interessi economici nel mondo degli organismi di mediazione ………);

2) la mediazione non riduce affatto i tempi dei processi. Anzi li aumenta, perché rappresenta una fase extragiudiziale prima del processo che solo in un limitato numero dei casi riesce a evitarlo;

3) la Corte Costituzionale ha sì dichiarato l’illegittimità della mediazione obbligatoria per eccesso di delega; ma, leggendo la pronuncia per intero, ha anche evidenziato che l’obbligatorietà non trova fondamento alcuno nella normativa europea. D’altra parte, in nessun paese europeo  (e, forse, dell’intero pianeta)  la mediazione è prevista come obbligatoria; in ogni caso, in tutta Europa è strutturata quale risoluzione extragiudiziale alternativa delle controversie e non, come in Italia, un ostacolo al legittimo esercizio del diritto di difesa, costituzionalmente garantito;

4) i costi non sono per nulla ridotti. Per una controversia di valore fino a mille euro possono arrivare, se vi sono più di due parti in contesa e calcolando gli oneri fiscali  (forse non è noto, ma l’indennità di mediazione è soggetta all’IVA), anche al 25/30% del bene in contestazione.

Quanto alla soppressione dei cosiddetti  “tribunalini”, non è detto che sia giusto definirli sempre così.

Basti pensare alle sezioni distaccate del Tribunale di Napoli  (Afragola, Capri, Casoria, Frattamaggiore, Ischia, Marano di Napoli, Portici e Pozzuoli)  che non riguardano certo piccole e pacifiche realtà locali; con quale incidenza sulla  “macchina giudiziaria”  dell’ufficio centrale, non è poi così difficile immaginare.

Ma è il principio stesso dei  “tagli lineari”  previsti a essere irragionevole.

Intere regioni molto popolate, ma con un solo distretto di Corte d’appello, avranno pochi Tribunali; altre, poco popolate, ne manterranno comunque almeno tre; altre ancora, ma con più distretti, ne conserveranno un numero maggiore delle prime.

La soppressione degli uffici giudiziari locali è un serio vulnus alla giustizia di prossimità.

Il problema non è quello degli avvocati che devono spostarsi per svolgere la loro attività professionale nelle varie sedi giudiziarie: lo fanno da sempre senza difficoltà e sono abituati a farlo.

Sono i cittadini, invece, a essere svantaggiati, nella veste di parte in causa, testimone, imputato, querelante e querelato etc. etc.  E non solo. Negli uffici giudiziari non si fanno solo cause, ma si svolgono anche altre attività che soltanto indirettamente hanno attinenza con i processi, e in alcuni casi non ne hanno per nulla: giuramento di perizie, apposizione di sigilli, rinunce e accettazioni di eredità, autentiche di firme per le liste elettorali etc. etc.

La sentenza della Corte Costituzionale, che secondo gli autori avrebbe “salvato”  il provvedimento sulla revisione delle circoscrizioni giudiziarie, si è pronunciata solo su 8 delle 21 ordinanze di rimessione per sospetta incostituzionalità: non è detto che anche le rimanenti abbiano lo stesso esito; in ogni caso, essendo stata pronunciata lo scorso 2 luglio, non se ne conoscono ancora le motivazioni.

Da ultimo, è forse utile segnalare che la consulenza legale, per concorde dottrina e unanime giurisprudenza, è stata considerata, da sempre, materia riservata esclusivamente agli avvocati.

Per i quali non rappresenta una novità; tanto meno, poi, un contentino nel quale rifugiarsi.

 

 

 

 

 

 

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La modifica della geografia giudiziaria.

Sulla base di una delega legislativa conferita dal Parlamento nel settembre del 2011, il governo in carica sta approntando una radicale ridefinizione delle circoscrizioni giudiziarie del Paese. Sono allo studio i relativi provvedimenti, che prevedono la soppressione, e il conseguente accorpamento dei territori, di 37 tribunali ordinari (aventi sede in comuni non capoluoghi di provincia), di 160 sezioni distaccate di tribunale su 220 e di circa 670 (su 846) uffici del giudice di pace. Sarebbe davvero una rivoluzione epocale (il condizionale è d’obbligo, considerato che non mancheranno certo notevoli resistenze, sia locali che in àmbito nazionale): la geografia giudiziaria, nel suo complesso, risale addirittura all’unità d’Italia e rispecchia una situazione socio-economica, come è ovvio, non più aderente alla realtà. Dopo gli innumerevoli fallimenti degli ultimi cinquant’anni, si impone certamente la necessità di una razionalizzazione degli uffici e di un migliore impiego delle risorse disponibili (umane e finanziarie) per garantire ai cittadini un più efficiente e tempestivo “servizio giustizia”.

Ciò detto però, non si deve dimenticare il valore e l’importanza (non solo simbolica) della giustizia “di prossimità”. In vaste aree del territorio nazionale, soprattutto nel meridione, l’ufficio giudiziario sia pur periferico (insieme con la piccola caserma dei carabinieri) rappresenta l’ultimo, e unico, segno tangibile della presenza dello Stato; in ogni caso, il solo controllo di legalità, spesso il confine prima dello strapotere assoluto della criminilità organizzata. Va bene riorganizzare in prospettiva di una maggiore efficacia, ma sarebbe sbagliato (e anche molto pericoloso) privare alcune comunità del loro giudice realmente “naturale”. Per di più, con un previsto risparmio di spesa davvero irrisorio. Secondo i calcoli del governo, dall’accorpamento degli uffici del giudice di pace deriverebbe una minore spesa a regime di circa 28 milioni di euro l’anno, a cui si potrebbero aggiungere (forse con eccessivo ottimismo) altri 50/60 milioni derivanti dalla soppressione dei tribunali e delle sezioni distaccate. Davvero un’inezia, se paragonata soltanto alle somme impiegate per auto di servizio negli enti pubblici, o ai rimborsi elettorali lautamente elargiti ai partiti politici (circa 2 miliardi e mezzo di euro dal 1994 a oggi) e per 4/5 eccedenti le spese effettivamente sostenute e, comunque, ai tanti inutili sprechi della macchina amministrativa.


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Il “trota” e la “nera”.

Con malcelata sorpresa, si è dovuto purtroppo registrare che anche i rappresentanti del “popolo del Nord” sono afflitti da corruzione e malaffare. Sembra quasi una “fisiologica patologia” del sistema (solo in apparenza un ossimoro). In verità il sistema politico italiano, così come strutturato (rimborsi elettorali di gran lunga eccedenti le spese realmente sostenute dai partiti, difetto di trasparenza nella gestione, bilanci evanescenti e senza obbligo di certificazione, nessun serio controllo), è naturalmente “predisposto” a incoraggiare questo genere di inconvenienti. Non è rassegnazione; è soltanto una considerazione che si fonda sulla realtà dei fatti e nella attuale situazione (almeno, fin quando non cambierà significativamente).

L’aspetto più deprimente, però, è un altro. L’amara considerazione di come sia (stato?) possibile elevare certi personaggi alle più alte cariche politiche e istituzionali; personaggi che, tra i propri meriti, possono vantare solo un cognome o la cieca obbedienza al capo di turno. Personaggi addirittura assurti alla vicepresidenza del Senato, alla supplenza della seconda carica dello Stato e della prima, nell’eventualità di impedimento del Presidente della Repubblica. E’ ancora nel ricordo di tutti (almeno si spera) il penoso spettacolo della votazione all’assemblea di Palazzo Madama del disegno di legge Gelmini sull’università e la squallida esibizione di una maglietta irriverente e inutilmente blasfema. Forse è proprio vero che ogni popolo ha i governanti che merita !!


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Il governo tecnico e gli “esodati”.

Con il brutto neologismo di “esodati” si intendono quei dipendenti che, incentivati dalle aziende, hanno lasciato il posto di lavoro in anticipo rispetto alla maturazione del diritto alla pensione secondo le vecchie regole. Si tratta in genere di lavoratori fra i 55/57 e i 60/62 anni di età, con 34/36 e anche più anni di contributi, i quali hanno raggiunto un accordo con i datori di lavoro per colmare adeguatamente il periodo che li separava dalla pensione. Le aziende si sono fatte carico di corrispondere una somma una tantum per il sostentamento del lavoratore (spesso senza alcun onere per le casse dello Stato, come si è verificato per la gestione di circa 22.000 esuberi nel settore bancario), il lavoratore ha dovuto fare delle rinunce personali (in alcuni casi, anche a parte consistente del trattamento di fine rapporto). Il meccanismo è stato scardinato dalla riforma pensionistica messa in atto alla fine del 2011 dal governo Monti, con la spiacevole conseguenza che la maggior parte degli “esodati”, lasciato il posto di lavoro, trascorso o quasi il periodo di transizione con copertura economica garantita, spesso senza alcuna altra fonte di reddito, si sono visti rinviare il diritto alla pensione, magari a un mese dal raggiungimento dell’agognato traguardo, almeno per ulteriori 6/8 anni.

La prima considerazione da fare è che il fenomeno ha sorpreso (quasi) tutti. Nè gli esponenti del governo (professori universitari, economisti, giuristi, esperti in diritto del lavoro, addirittura banchieri ……), né i responsabili dei partiti politici che lo sostengono hanno avuto il minimo sentore del disastro che stavano per combinare; solo qualche avveduto sindacalista ne ha sospettato l’incombenza ed è rimasto, naturalmente, inascoltato. Quando poi la circostanza è stata posta all’attenzione dell’esecutivo, il sottosegretario all’economia non ha trovato di meglio che uscirsene con una trovata davvero geniale, secondo cui gli accordi stipulati tra lavoratori e datori di lavoro, con la sopravvenienza delle nuove regole pensionistiche, sarebbero “nulli” per i principi generali dell’ordinamento giuridico. Che dire? Si resta sgomenti. La nullità riguarda il profilo genetico del negozio giuridico, e in questo caso non si vede proprio quale difetto possa essere rilevato all’atto della stipulazione e secondo le norme allora vigenti; non si comprende quali sarebbero i principi dell’ordinamento che avrebbero come conseguenza la nullità dell’accordo; per di più, in tal modo, si scaricherebbero sulle aziende i costi di una politica legislativa infelice.

La seconda considerazione riguarda il ridicolo e pericoloso balletto delle cifre, conferma inequivocabile, se ce fosse ancora bisogno, della inadeguatezza della classe dirigente di questo Paese. Per il governo gli esodati sarebbero 65.000 (e pertanto le risorse, pur se tardivamente destinate a risolvere il problema, sarebbero sufficienti), per l’INPS almeno 130.000, per i sindacati oltre 300.000. Quale che sia la reale entità della platea interessata, i numeri fanno comunque paventare la devastante rilevanza sociale del fenomeno.


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Il “nuovo” articolo 18 dello Statuto dei lavoratori

I licenziamenti individuali sono regolati essenzialmente dalla Legge 15 luglio 1966, n. 604 (Norme sui licenziamenti individuali) e dalla Legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento), il cosiddetto Statuto dei lavoratori. In estrema sintesi discorsiva, pur nella complessità della materia ma senza eccessivi tecnicismi, è forse utile un raffronto tra la disciplina oggi in vigore e le proposte di modifica elaborate dall’esecutivo guidato dal professor Monti.

La disciplina vigente stabilisce:

1- il licenziamento del prestatore di lavoro non può avvenire che per giusta causa o per giustificato motivo (art. 1 L. 604/1966);

2- il licenziamento deve essere comunicato per iscritto e, anche su successiva richiesta del lavoratore, motivato, altrimenti è inefficace (art. 2 L. 604/1966);

3- il licenziamento discriminatorio (ragioni di credo politico o fede religiosa, appartenenza a un sindacato o partecipazione ad attività sindacale) è nullo indipendentemente dalla motivazione adottata (art. 4 L. 604/1966);

4- l’onere della prova della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo spetta al datore di lavoro (art. 5 L. 604/1966);

5- il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento senza preavviso scritto o non motivato, o annulla quello intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità, ordina al datore di lavoro, che occupi alla sue dipendenze più di quindici dipendenti, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro; al lavoratore è data facoltà di chiedere, in sostituzione della reintegrazione, una indennità pari a 15 mensilità della retribuzione, fermo restando il diritto al risarcimento del danno in misura non inferiore a 5 mensilità (art. 18 Statuto lavoratori).

Il disegno di legge recante disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita, presentato dal Governo al Senato della Repubblica giovedì 5 aprile 2012, prevede:

1- all’art. 13, comma 1 (che sostituisce il comma 2 dell’art. 2 della L. 604/1966), che la comunicazione del licenziamento, anche senza richiesta del lavoratore, deve sempre contenere la specificazione dei motivi che lo hanno determinato;

2- all’art. 14, comma 1, lettera b) (che sostituisce i commi da 1 a 6 dello Statuto, i quali diventano ora commi da 1 a 10):

a) il giudice, con la sentenza con cui dichiara la nullità del licenziamento perché discriminatorio o riconducibile comunque ad altri casi di nullità o determinato da motivo illecito, ordina al datore di lavoro la reintegrazione del lavoratore, a prescindere dalla motivazione adottata e dal numero dei dipendenti occupati (comma 1);

b) accertata la nullità, il giudice condanna altresì il datore di lavoro al risarcimento del danno in misura non inferiore a 5 mensilità (comma 2);

c) il lavoratore può chiedere, in sostituzione della reintegrazione, una indennità pari a 15 mensilità, sempre fermo restando il diritto al risarcimento del danno (comma 3);

d) il giudice, se accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa (cosiddetto licenziamento disciplinare), per insussistenza dei fatti contestati o perché il fatto rientra tra le condotte punibili con misure comunque conservative del posto di lavoro, annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione e al pagamento di una indennità risarcitoria non superiore a 12 mensilità (comma 4);

e) il giudice, nelle altre ipotesi in cui accerta la non ricorrenza di giustificato motivo soggettivo o di giusta causa, dichiara risolto il rapporto di lavoro e condanna il datore di lavoro al pagamento di una indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di 12 e un massimo di 24 mensilità (comma 5);

f) nell’ipotesi di licenziamento inefficace per difetto di motivazione, o per altre ragioni, si applica il regime di cui al precedente comma 5, ma con attribuzione di una indennità determinata tra un minimo di 6 e un massimo di 12 mensilità, a meno che il giudice (testuale, nel disegno di legge) ” sulla base della domanda del lavoratore, accerti che vi è anche un difetto di giustificazione del licenziamento, nel qual caso applica, in luogo di quelle previste dal presente comma, le tutele di cui ai commi quarto, quinto o sesto ” (comma 6);

g) il giudice applica la disciplina di cui al comma 4 (reintegrazione e indennità) anche nelle ipotesi di difetto di giustificazione del licenziamento per motivo oggettivo consistente nella inidoneità fisica o psichica del lavoratore e di licenziamento intimato in violazione delle regole conservative del posto di lavoro, in caso di infortunio, malattia, gravidanza e puerperio. Lo stesso giudice può applicare la medesima disciplina se accerta la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo (cosiddetto licenziamento per motivo economico); nelle altre ipotesi, invece, può solo dichiarare risolto il rapporto e prevedere una indennità risarcitoria. ” Qualora, nel corso del giudizio, sulla base della domanda formulata dal lavoratore, il licenziamento risulti determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari, trovano applicazione le relative tutele previste dal presente articolo. ” (testuale nel disegno di legge, comma 7);

h) le disposizioni dei commi da 4 a 7 si applicano soltanto nei confronti dei datori di lavoro che occupano più di quindici dipendenti (comma 8).

A questo punto si impongono alcune osservazioni, siano pur di carattere generale.

Sul piano della tecnica legislativa, è innegabile un certo decadimento del prodotto: la tortuosità declamatoria del testo di modifica spicca con evidenza in confronto alla semplice linearità della normativa vigente. Vi è anche un piccolo errore veniale, che verosimilmente sarà rilevato e corretto in sede di esame parlamentare: il comma 6 dell’art. 14 prevede che il giudice, in alternativa alle tutele ivi previste, possa applicare quelle indicate ai commi 4, 5 e 6 (!!), ossia previste dallo stesso comma 6.

Guardando alla sostanza delle cose, il disegno di legge implicherebbe un complessivo, e notevole, affievolimento delle tutele apprestate a favore del lavoratore, pur considerando l’ampliamento della teorica possibilità di reintegrazione nel posto di lavoro (anche nelle aziende con meno di quindici dipendenti, nel caso di licenziamento discriminatorio, o comunque nullo o determinato da motivo illecito). Il punto più critico, difatti, è costituito proprio dal comma 6 del nuovo art. 18 dello Statuto, previsto dal Disegno di legge. E’ facile prevedere che al datore di lavoro (il quale intenda privarsi della collaborazione di un dipendente comunque “scomodo” e che non sia così ingenuo da lasciar trasparire motivazioni discriminatorie, surrettiziamente disciplinari o economiche, ovvero addirittura illecite) convenga sempre intimare un licenziamento semplicemente immotivato: in tal caso il giudice, dichiarato inefficace il licenziamento, potrà soltanto dichiarare risolto il rapporto e condannare il datore di lavoro alla corresponsione dell’indennità risarcitoria; a meno che, sulla base della domanda formulata dal lavoratore (e, pertanto, con onere della prova interamente a suo carico), non ravvisi anche un difetto di giustificazione (stesso comma 6) o la ricorrenza di ragioni discriminatorie o disciplinari (comma 7), nel qual caso potrà ordinare, per contro, la reintegrazione. E’ chiaro che siamo in presenza di una specifica, netta e gravosa, inversione dell’onere probatorio, interamente in capo al lavoratore e non più al datore di lavoro. E che non sia necessario essere degli esperti giuslavoristi per comprendere come esso sia difficilmente assolvibile (se non nell’ipotesi, come affermano alcuni con una battuta, di essere donna, meridionale, di colore, di religione diversa dalla cattolica, magari incinta, ma non coniugata, e pure iscritta alla FIOM !). Se ce ne fosse bisogno, la conferma della circostanza è testualmente contenuta nel documento che accompagna il disegno di legge governativo; pagina 11: ” Al fine di evitare la possibilità di ricorrere strumentalmente a licenziamenti oggettivi o economici che dissimulino altre motivazioni, di natura discriminatoria o disciplinare, è fatta salva la facoltà del lavoratore di provare che il licenziamento è stato determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari, nei quali casi il giudice applica la relativa tutela “. Per di più, con l’aggravante che, almeno formalmente, resterebbe in vigore l’attuale disposto dell’art. 5 della L. 604/1966 (” L’onere della prova della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento spetta al datore di lavoro), apertamente in contrasto con la modifica proposta. (Un breve accenno, solo per inciso. Il contrasto, in termini tecnici “antinomia”, potrebbe essere superabile applicando le regole della successione delle leggi nel tempo: la norma successiva, pur non abrogando esplicitamente la precedente, prevale comunque su di essa perché incompatibile. In ogni caso determinerebbe, quanto meno, un periodo iniziale di possibili diverse interpretazioni giurisprudenziali, con nocumento alla certezza del diritto e alla giusta durata del processo).

Si comprende bene, ora, anche dopo i correttivi apportati dal governo per evitare i possibili abusi, la contrarietà al disegno di legge di (almeno una) parte del sindacato; si capisce meno, invece, la soddisfazione manifestata da alcuni esponenti politici, anche della sinistra parlamentare, i quali ritengono di poter rappresentare i legittimi interessi dei lavoratori.


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APPELLO PER LA LIBERA STAMPA

Anche in tempi difficili e di grandi sacrifici (quasi) per tutti, l’informazione libera e indipendente rappresenta un bene troppo prezioso per poterne fare a meno. Facciamo sentire tutta la nostra pressione collettiva per ottenere i pochi spiccioli necessari al rifinanziamento del fondo statale per l’editoria. La libertà di stampa è una precondizione indispensabile per avere una società realmente democratica.


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