Il governo tecnico e gli “esodati”.

Con il brutto neologismo di “esodati” si intendono quei dipendenti che, incentivati dalle aziende, hanno lasciato il posto di lavoro in anticipo rispetto alla maturazione del diritto alla pensione secondo le vecchie regole. Si tratta in genere di lavoratori fra i 55/57 e i 60/62 anni di età, con 34/36 e anche più anni di contributi, i quali hanno raggiunto un accordo con i datori di lavoro per colmare adeguatamente il periodo che li separava dalla pensione. Le aziende si sono fatte carico di corrispondere una somma una tantum per il sostentamento del lavoratore (spesso senza alcun onere per le casse dello Stato, come si è verificato per la gestione di circa 22.000 esuberi nel settore bancario), il lavoratore ha dovuto fare delle rinunce personali (in alcuni casi, anche a parte consistente del trattamento di fine rapporto). Il meccanismo è stato scardinato dalla riforma pensionistica messa in atto alla fine del 2011 dal governo Monti, con la spiacevole conseguenza che la maggior parte degli “esodati”, lasciato il posto di lavoro, trascorso o quasi il periodo di transizione con copertura economica garantita, spesso senza alcuna altra fonte di reddito, si sono visti rinviare il diritto alla pensione, magari a un mese dal raggiungimento dell’agognato traguardo, almeno per ulteriori 6/8 anni.

La prima considerazione da fare è che il fenomeno ha sorpreso (quasi) tutti. Nè gli esponenti del governo (professori universitari, economisti, giuristi, esperti in diritto del lavoro, addirittura banchieri ……), né i responsabili dei partiti politici che lo sostengono hanno avuto il minimo sentore del disastro che stavano per combinare; solo qualche avveduto sindacalista ne ha sospettato l’incombenza ed è rimasto, naturalmente, inascoltato. Quando poi la circostanza è stata posta all’attenzione dell’esecutivo, il sottosegretario all’economia non ha trovato di meglio che uscirsene con una trovata davvero geniale, secondo cui gli accordi stipulati tra lavoratori e datori di lavoro, con la sopravvenienza delle nuove regole pensionistiche, sarebbero “nulli” per i principi generali dell’ordinamento giuridico. Che dire? Si resta sgomenti. La nullità riguarda il profilo genetico del negozio giuridico, e in questo caso non si vede proprio quale difetto possa essere rilevato all’atto della stipulazione e secondo le norme allora vigenti; non si comprende quali sarebbero i principi dell’ordinamento che avrebbero come conseguenza la nullità dell’accordo; per di più, in tal modo, si scaricherebbero sulle aziende i costi di una politica legislativa infelice.

La seconda considerazione riguarda il ridicolo e pericoloso balletto delle cifre, conferma inequivocabile, se ce fosse ancora bisogno, della inadeguatezza della classe dirigente di questo Paese. Per il governo gli esodati sarebbero 65.000 (e pertanto le risorse, pur se tardivamente destinate a risolvere il problema, sarebbero sufficienti), per l’INPS almeno 130.000, per i sindacati oltre 300.000. Quale che sia la reale entità della platea interessata, i numeri fanno comunque paventare la devastante rilevanza sociale del fenomeno.


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