Gli evasori vanno colpiti, ma con strumenti legittimi ed efficaci

Tra le tante misure previste nella manovra del governo Monti, ve n’è una in particolare che merita delle specifiche osservazioni: le attività oggetto di rimpatrio o di regolarizzazione (i cosiddetti capitali e patrimoni “scudati” ai sensi delle previsioni del 2001 e del 2009) sono soggette a un’imposta straordinaria dell’1,5 per cento. L’imposizione è stata salutata, soprattutto a sinistra, come un chiaro elemento di riequilibrio ed equità sociale; magari, rammaricandosi per la percentuale troppo bassa ed auspicandone un aumento.

Ebbene, ovviamente senza voler prendere posizione in favore degli evasori, non si può proprio tacere di fronte alle evidenti difficoltà di forma e di sostanza.

Probabilmente, la norma viola il precetto costituzionale di concorrenza alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva: è quanto meno irragionevole imporre una prestazione tributaria sulla base di una situazione patrimoniale fotografata dieci anni prima, o anche solo due anni fa. Certamente, essa viola il principio dell’affidamento, di rilievo comunitario secondo la prevalente giurisprudenza, e, quindi, anche costituzionale: il contribuente, seppure probabile evasore, ha il diritto di non veder modificate successivamente le condizioni alle quale ha aderito alla emersione delle suddette attività.

Vi è poi un serio problema di efficace applicabilità della normativa, tanto da far sospettare, considerata la sua autorevole e competente fonte, che si tratti di una voluta conseguenza piuttosto che di un incidente di percorso. In estrema sintesi e senza troppi tecnicismi, il meccanismo era il seguente: il cittadino che nel corso degli anni, per vari motivi (si può presumere, in particolare per sottrarre a imposizione redditi, utili e comunque attività), avesse esportato illegalmente capitali e beni all’estero, aveva l’opportunità di sanare la propria posizione con il rimpatrio o la regolarizzazione degli stessi dietro versamento di una esigua percentuale del loro valore; presentava presso un intermediario abilitato (banche, poste, s.i.m. o finanziarie) una dichiarazione di emersione in duplice copia, una restava all’intermediario e l’altra gli veniva restituita per ricevuta; l’intermediario provvedeva a trattenere e versare l’imposta prevista in maniera anonima, indicando nell’apposito modello solo i dati aggregati e gli importi complessivi; nessun dato relativo al contribuente veniva comunicato all’Amministrazione finanziaria, che in ogni caso non poteva utilizzare la procedura di emersione per attività, anche successive, di verifiche, controlli e accertamenti nei confronti dello stesso; addirittura, nel caso in cui tali attività fossero state comunque poste in essere, il contribuente poteva inibirle, semplicemente e definitivamente, con la sola esibizione della copia della regolare dichiarazione di emersione. Inoltre, non vi era obbligo alcuno di trattenere i capitali (o i titoli relativi agli altri beni) presso l’intermediario incaricato della sanatoria; i beni (o i titoli) potevano essere tranquillamente e legalmente spostati presso altro intermediario completamente all’oscuro dell’emersione, ovvero consumati o alienati in parte o per intero. Se tutto ciò è corretto, fermi restando i profili di dubbia costituzionalità della norma, sarà molto difficile ricavarne qualcosa. Resta solo da capire se il comportamento e le dichiarazioni di certa parte della sinistra, soprattutto il PD e il suo segretario, siano frutto di sconcertante ingenuità o di scarsa competenza. E, di contro, se il governo abbia dimostrato tutta la sua arguta scaltrezza.

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