Mala fede o grande incompetenza

E’ di qualche giorno fa l’assoluzione con formula piena di due giovani accusati dell’omicidio di una loro coetanea, i quali erano stati invece condannati nel primo grado di giudizio. Qualcuno dei non addetti ai lavori, con superficiale rapidità, ha sùbito parlato di errore giudiziario. Molto grave poi, che un avvocato, responsabile del Ministero della Giustizia fino a qualche settimana prima, abbia preso spunto dal fatto di cronaca per rivolgere un duro attacco ai magistrati: ” E ora chi paga per i loro errori? “. Perché, delle due, l’una: o il soggetto è in mala fede; oppure, come è comunque evidente, assolutamente inadatto sia per il primo ruolo, sia per il secondo (che almeno, per nostra buona sorte, non ricopre più).

Come sanno (quasi) tutti, il nostro sistema giudiziario prevede tre gradi di giudizio, i primi due di merito e il terzo di legittimità davanti alla Corte di Cassazione. Prescindendo dai casi di dolo e colpa grave (che fanno parte della “patologia” del mestiere di magistrato, così come di qualsiasi cittadino), non può certo costituire fonte di responsabilità per un giudice la normale e istituzionale “attività di interpretazione e applicazione delle norme di diritto e quella di autonoma e indipendente valutazione del fatto e delle prove legittimamente acquisite”. Non si può quindi parlare di errore, quando due diversi giudici valutano in modo difforme lo stesso fatto; anzi, è proprio questo il grande pregio del sistema e la migliore garanzia della sua terzietà e imparzialità. Piuttosto, il difetto grave è costituito dal periodo eccessivamente lungo che necessita per pervenire a una pronuncia definitiva; ma, su questo specifico aspetto, il soggetto interessato, come detto già responsabile del Ministero della Giustizia, non sembre aver dato buona prova di sé.

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