L’ingombrante eredità di Benedetto Croce

Proprio in questi giorni ricorre il centenario di quello che è considerato il grande scontro intellettuale nel mondo culturale italiano dell’epoca moderna: da una parte, Benedetto Croce e la cultura umanistica; dall’altra, Federigo Enriques e quella scientifica, matematica e fisica innanzitutto. L’esito fu nettamente a favore del primo, con il secondo che venne addirittura ridicolizzato. Croce riteneva che le menti profonde dovessero occuparsi soltanto di storia e di filosofia, non di scienze (ancor meno di aritmetica e geometria), adatte a ingegni minuti e interessanti solo se e in quanto di una qualche pratica utilità. Un punto di vista che ha attraversato tutta la storia italiana e che ancora oggi domina incontrastato, con le implicazioni e conseguenze, quasi sempre purtroppo negative, che sono sotto gli occhi di ognuno. Sistema scolastico essenzialmente tuttora “gentiliano” (in parte, per fortuna, mitigato dall’impegno personale, e molto contrastato, di alcuni docenti); mondo accademico scollegato dalla ricerca scientifica di base, che riceve solo pochi e rari investimenti pubblici; ambiente culturale refrattario e insofferente alle critiche e alle verifiche; un generale e diffuso “difetto di razionalità”, che permea la società intera e che si manifesta pericolosamente a tutti i livelli, individuali e collettivi, privati e pubblici, persino istituzionali e rappresentativi. Ma, ancor di più, oltrepassando continuamente il limite del ridicolo: statue delle madonne che piangono; persone che si rivolgono a maghi e fattucchiere per risolvere i loro problemi, anche gravi e di urgente soluzione; sette religiose ed esoteriche che proliferano senza limiti; filosofi (con la barba e senza) che discettano impunemente di dio, del tempo e dell’eternità, del fine ultimo del genere umano, senza alcuna cognizione (forse, senza alcuna cognizione addirittura dell’esistenza) della relatività generale, del teorema di incompletezza o di indecidibilità, di fisica dei quanti o del principio di indeterminatezza di Heisenberg. Fino a richiedere un parere sulla politica energetica nazionale, non all’esperto di fisica teorica, magari insignito del premio Nobel, ma al politico di turno, al calciatore famoso, alla prima vip che passa, ai nani e alle ballerine……Probabilmente, ha ragione Stephen Hawking a sostenere che la filosofia è morta, perché ha ormai perduto il suo indispensabile nesso culturale con la scienza. A maggior ragione in Italia: se è vero, come riteneva Galileo Galilei, che il grande libro della natura è scritto nel linguaggio della matematica, allora sono veramente molti oggi gli italiani analfabeti, quasi del tutto incapaci di comprendere la realtà del mondo fisico, al di là di quella che a loro sembra essere secondo il comune buon senso. E, fra di essi, i tanti (presunti) intellettuali che non perdono occasione per definirsi, come se fosse un vanto, “negati per la matematica”.

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