La cultura della legalità

Il popolo italico sembra proprio essere insofferente alle regole. Le leggi, le norme, i divieti e gli obblighi valgono solo per gli altri, dai quali se ne pretende sempre l’osservanza assoluta, completa e incondizionata. Per se stessi (e per gli amici), invece, si interpretano, si accomodano, quando non si aggirano o violano apertamente. E’ uno sport nazionale, ampiamente e diffusamente praticato, con punte di eccellenza inarrivabili: dal politico di spicco al professionista affermato, dalla casalinga di Voghera al cittadino più umile. Per quasi tutti, con approvazione e con un piccolo moto di invidia, se non si riesce come quelli che sanno farlo per bene; e con biasimo nei confronti di coloro che non possono o non vogliono praticarlo. L’automobilista che fa un chilometro a piedi, pur di parcheggiare correttamente, è considerato un eccentrico in confronto a chi sosta in terza fila e non se ne importa nulla se blocca altre auto; chi paga interamente le tasse è un ingenuo, mentre chi evade o elude è un furbo che sa come fare; chi pretende che l’amministratore del condominio rispetti le norme del codice civile è un pericoloso moralista; chi si fa beccare con le mani nella marmellata è uno sciocco, rispetto a chi sa agire impunemente; il massimo, poi, è rappresentato da chi riesce, addirittura, a imporre le proprie regole a tutti quanti gli altri. Se si commette un illecito e si viene scoperti, è riprovevole il comportamento di quel rompiscatole e bacchettone che ha condotto le indagini, non dell’autore della violazione, perché così fan tutti e solo gli sprovveduti ne pagano le conseguenze. Quasi nessuno si difende nel merito di quanto gli viene addebitato, e troppi si dichiarano vittime di improbabili complotti politico-giudiziari. D’altra parte, secondo la buona tradizione cattolica, la vera giustizia non è di questo mondo e, in fin dei conti, siamo tutti figli di dio e peccatori.

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