La ragione ultima della giustizia

I ricchi e i potenti, ma pure quelli facoltosi e benestanti, in genere, dispongono anche di altri strumenti, più o meno leciti, per far valere il loro punto di vista. Al contrario, i meno fortunati, i più fragili e deboli, se ritengono di aver subìto un torto, (salvi casi particolari e non commendevoli) possono solo rivolgere le loro istanze di giustizia al sistema giudiziario statale. In uno Stato veramente democratico, ha grande importanza che sia garantita la possibilità di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e che il processo sia accessibile a tutti, in condizione di parità ed eguaglianza, senza oneri eccessivi o impropri; a maggior ragione, ai cittadini meno abbienti e con disponibilità molto limitate.

E’ noto il caso del famoso mugnaio tedesco dei tempi andati, che, stanco di subire soprusi e angherie a opera del potente signorotto locale, poteva esclamare, forse con un po’ di timore, ma di certo con la consapevolezza e l’orgoglio del cittadino: ” Ci sarà pure un giudice a Berlino. “. E’ significativo, pur se meno noto, il caso del cittadino belga contemporaneo, il quale, subìti dei danni a causa dello sporgere dei rami degli alberi del fondo del vicino all’interno della sua proprietà, ha potuto chiedere e ottenere dal giudice competente una sentenza di condanna al risarcimento e alla eliminazione delle molestie; anche se il vicino in questione era il sovrano del Paese !!

In Italia, almeno sulla carta, il diritto di difesa è principio supremo dell’ordinamento giuridico, formalmente dichiarato, riconosciuto e tutelato dalla Carta costituzionale; in realtà, però, le cose non stanno esattamente così. In primo luogo, perché la macchina giudiziaria dello Stato (in ogni suo àmbito: civile, penale, amministrativo, tributario e contabile) funziona poco e male. Basta rileggere i discorsi di apertura degli ultimi venti anni giudiziari, da parte dei responsabili delle varie magistrature, per rilevare che il fenomeno è di antica data, univoco, costante, generalizzato e inarrestabile. In secondo luogo, perché si ha la netta e spiacevole sensazione che tutto ciò sia voluto, e ostinatamente voluto, più che frutto di sciatteria e poca competenza. Una macchina giudiziaria efficiente ed efficace (ossia, al massimo grado dell’efficienza) risulterebbe una vera calamità per il politico corrotto, per il potente di turno, arrogante e presuntuoso, per l’amministratore pubblico saccente e incompetente, per i tanti faccendieri e adulatori che circolano e agiscono impunemente: in poche parole, per buona parte dell’attuale classe dirigente. La vera grande riforma della giustizia, al di là e prima di ogni altra modificazione tecnica, sarebbe quella del “tempo”. Un’autentica rivoluzione: dare una precisa risposta di giustizia in tempi certi e ragionevoli, in condizioni di parità sostanziale tra tutti i cittadini, e senza limitazioni di accesso, tanto meno di carattere economico. Perchè una sentenza favorevole, dopo quindici anni o più, è sempre una sconfitta, per tutti, anche per il cittadino che ha visto riconosciute totalmente le proprie ragioni.

Certo, anche la magistratura ha le proprie responsabilità. I magistrati sono tanti e, nel loro consesso, come in tutti gli altri degli esseri umani, si annidano pure sfaccendati, corrotti, incompetenti e, addirittura, responsabili di gravi reati. Tuttavia, le componenti negative sono solo una infima minoranza, trascurabile dal punto di vista statistico, che non incide più di tanto sull’intero sistema; la gran parte dei magistrati è costituita da persone, in media, di buona competenza e capacità professionali, che cercano di fare il loro meglio all’interno di una struttura con tante lacune. Incidono molto di più sulla complessiva inefficienza del sistema, in realtà, una produzione legislativa sempre più astrusa e incomprensibile, foriera più di dubbi che di certezze, un’amministrazione pubblica altamente inefficiente e che genera un enorme contenzioso, la cronica scarsità di uomini e mezzi dell’apparato giudiziario, la illogica e non funzionale distribuzione sul territorio del personale giudicante, requirente e amministrativo, l’errato utilizzo delle poche risorse disponibili, comunque non in sintonia con il progresso degli strumenti tecnici di trattazione, lavorazione e archiviazione del lavoro e dei mezzi di comunicazione.

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