Anche i signori d’altri tempi possono sbagliare

Per il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, l’ulteriore impegno dell’Italia in Libia rappresenterebbe il “naturale sviluppo” della scelta compiuta a metà marzo sulla base della risoluzione dell’ONU. L’intervento militare non contrasterebbe con l’articolo 11 della Costituzione, quello sul ripudio della guerra, che deve essere invece letto e correttamente interpretato nel suo insieme: partecipando alle operazioni contro la Libia sulla base della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, l’Italia non conduce una guerra né per offendere la dignità di altri popoli, né per risolvere controversie internazionali; l’Italia risponde a una richiesta delle Nazioni Unite.

L’articolo 11 della Costituzione recita testualmente: ” L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Una prima lettura del testo potrebbe confortare l’interpretazione del capo dello Stato: il ripudio della guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e il consenso prestato “alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” sembrerebbero posti sullo stesso piano, entrambi espressione di princìpi costituzionali da valutare nel loro insieme e da contemperare ed equilibrare adeguatamente.

Una diversa prospettiva, però, pone dei seri e fondati dubbi. L’articolo 11 non può essere letto in maniera avulsa dal contesto in cui si colloca, dedicato come è, primo per ordine e preminenza, ai “princìpi fondamentali” della Costituzione della Repubblica italiana. Quelli che, come ha più volte ribadito la Corte Costituzionale, costituiscono i “princìpi supremi” dell’ordinamento giuridico costituzionale. In essi sono compresi, fra gli altri, la “Repubblica democratica” e “la sovranità appartiene al popolo” (articolo 1), i “diritti inviolabili dell’uomo” (articolo 2), la “pari dignità sociale”, la “libertà” e la “eguaglianza” di tutti i cittadini, senza distinzione alcuna (articolo 3). I princìpi supremi dell’ordinamento giuridico costituzionale sono espressione del potere “costituente”, originario e fondativo, e sono insuscettibili di modificazioni a opera del potere “costituito”, sia pure nella forma della revisione prevista dalla stessa Carta. Nel quadro costituzionale vigente non vi è possibilità alcuna di incidere su di essi; solo un nuovo potere “costituente” potrebbe farlo, ma fuori e a prescindere dall’attuale ordinamento.

Tra i princìpi supremi è da annoverare anche il “ripudio” della guerra, sia come strumento di offesa, sia come mezzo di risoluzione delle controversie. La stessa genesi della Carta non lascia àdito a dubbi: l’unica guerra “giusta”, legittima e ammissibile, è quella “difensiva”. Non c’è legge di revisione costituzionale che tenga, né direttiva europea, né risoluzione dell’ONU, né decisione della giurisdizione comunitaria. Così come nessuna fonte può consentire limitazioni alla libertà e alla eguaglianza dei cittadini, nessun organismo sovranazionale, di cui pure l’Italia faccia parte legittimamente e opportunamente, può imporre di rinunciare al ripudio della guerra “ingiusta”.


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