Le grandi sfide dell’umanità

L’uomo contemporaneo è costretto a misurarsi con alcuni grandi problemi che incombono sul suo cammino. Non sono certamente i soli, ma quasi tutti gli altri si possono ricondurre a essi, direttamente o indirettamente. Non sono neanche nuovi; anzi, qualcuno è noto già da secoli. Tutti sono però ineludibili e non più rinviabili: dalla loro soluzione, quanto meno dall’affrontarli con serietà e raziocinio, dipende forse il destino stesso del genere umano.

Il primo problema riguarda il rapporto tra l’equilibrio del pianeta e il modello di sviluppo dominante, capitalista o mercatile, che dir si voglia. In altre parole, attiene a ciò che viene comunemente definito come “sviluppo sostenibile”, attento cioè alle necessità “compatibili” con le risorse a disposizione. Come aveva già intuito alcuni decenni or sono un intellettuale italiano di grande spessore (e, forse anche per questo, quasi del tutto sconosciuto e comunque dimenticato in patria) “sviluppo” non implica necessariamente “progresso”. Sviluppo è anche progresso solo quando, e se, tiene conto della dignità umana e della salvaguardia dell’ambiente; solo, e se, mira a elevare l’essere umano, tutti gli esseri umani, in sintonia con la preservazione dell’ecosistema che li ospita. In caso contrario, è solo miopia politica, una condizione patologica che non consente di guardare oltre l’esiguo presente; e, soprattutto, non permette di far prevalere l’interesse di tutti (pure di quelli che non ne sono nemmeno consapevoli) sull’egoismo di pochi. La trattazione particolare di ogni possibile implicazione va ben oltre l’intento di questa noterella. Ci si limita a indicarne qualcuna, fra le più evidenti: lo sfruttamento incondizionato, e a volte scriteriato, delle risorse naturali, immense sì, ma pur sempre limitate e non facilmente riproducibili; l’alterazione continua, costante e progressiva dell’ecosistema, con danni probabilmente irreversibili; l’uso disinvolto di tecnologie, non solo militari, in grado di distruggere il pianeta ben prima della sua fine naturale; un modello di sviluppo che ha come unico indicatore economico l’incessante produzione di beni e servizi e che ritiene rilevante solo il consumo; il tenore di vita eccessivamente alto dei paesi del cd. primo mondo, in confronto alla arretratezza economica e sociale della restante gran parte dell’umanità; la scarsa consapevolezza del fatto che (per il noto principio dei vasi comunicanti, valido anche in economia) è proprio il primo che determina essenzialmente la seconda; la legittima aspirazione dei paesi emergenti a migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini, che però si scontra inevitabilmente con il rifiuto dei cittadini dei paesi ccdd. evoluti di fare delle rinunce; infine, ma non da ultimo, la grande massa di diseredati e di disperati che spinge ai confini del mondo del (presunto) benessere, per rivendicarne almeno qualche briciola.

Il secondo grande problema, che affligge l’umanità da secoli, è quello relativo alla corretta interazione che deve sussistere (o non sussistere) tra scienza e fede. L’origine aulica della questione non deve trarre in inganno, come se riguardasse soltanto teologi e scienziati o filosofi, perché essa incide nella banalità della vita quotidiana di tutti noi più di quanto si possa ritenere. E’ interessante notare che buona parte degli esseri umani usano correntemente il computer, l’ascensore o il telefonino e, giustamente, si rivolgono al medico per complesse e sofisticate indagini diagnostiche, in caso di necessità; e poi, non senza una certa contraddizione, invocano la divinità o il santo patrono per guarire da un male (allo stato) incurabile, o per una vincita alla lotteria nazionale. In verità, scienza e fede operano su piani diversi, su livelli incommensurabili e inconciliabili fra di loro; piani e livelli che non hanno alcun punto in comune e che non si intersecano mai. Anzi, per meglio dire, si ignorano gli uni con gli altri. Ed è proprio quando si pretende (o, peggio, si assume) che tale “ignoranza” venga meno, che iniziano i guai seri. L’una è la fisica, l’altra è la metafisica; l’una la razionalità, l’altra la irrazionalità; il naturale e il soprannaturale; la prima si conquista, la seconda si riceve in dono. Contrariamente a ciò che pensano in tanti, la scienza non fornisce soluzioni definitive ai problemi che le vengono posti. Non dà, e non può dare per definizione, risposte certe: essa si limita (e non è davvero poco) a indagare un fenomeno fisico, e quindi reale, e a indicare la migliore soluzione possibile, qui e ora, senza alcuna pretesa di completezza o di assolutezza. Scientifico non vuol dire certo o sicuro, né, tanto meno, immutabile e valido per sempre; scientifico è il metodo, rigorosamente razionale e logico, documentato e ripetibile. Una teoria è scientifica non in quanto intrinsecamente “vera”, ma perché, allo stato delle attuali conoscenze, “non falsificabile”, ossia non sostituibile con un’altra più aderente alla realtà fattuale e in grado di spiegare meglio il fenomeno indagato. La fede stimola l’emotività e i sentimenti, pretende delle “verità” e non si accontenta di teorie approssimative, per quanto scientifiche. Essa poggia sulla consapevole finitezza della condizione umana, sul bisogno che ha l’uomo di essere rassicurato, a volte pure a prescindere dalla bontà delle argomentazioni. E’ molto ingenuo, oltre che fuorviante, usare gli strumenti scientifici per tentare di avallare i postulati della fede; in alcuni casi, è addirittura una deliberata impostura. Bisogna mantenere sempre ferma la distinzione e non confondere mai. Con rispetto e con stima per chi ha una fede autentica e poi anche, però, dei comportamenti conseguenti nella propria vita e nel quotidiano rapporto con gli altri.

Il terzo problema di grande rilevanza può essere anche considerato diretta emanazione del secondo: il rapporto tra religioni e democrazia. Una delle conquiste fondamentali della civiltà occidentale (in certi casi, purtroppo, solo apparente) è la netta separazione tra Stato e Chiesa, fra ordinamento civile e istituzioni religiose, il diritto e la morale, il reato e il peccato. Sembrerebbe ovvio, invece è un traguardo raggiunto in tempi relativamente recenti e solo da una parte dell’umanità, forse neanche maggioritaria. A tutt’oggi, nella civilissima Inghilterra, il sovrano è anche il capo della chiesa anglicana; fortunatamente, senza altre conseguenze. In Italia, nonostante la salvezza delle forme, l’influenza delle gerarchie vaticane è ancora molto presente. Lo Stato è formalmente laico, ma, purtroppo, molte decisioni politiche di interesse generale risentono della dominante dottrina cattolica, un po’ per convenienza e un po’ per insipiente sudditanza psicologica. Basti considerare il finanziamento della scuola privata a danno di quella pubblica, il beneplacito dei vescovi per la nomina degli insegnanti statali di religione, le problematiche della regolazione delle nascite e della fecondazione assistita, il riconoscimento delle famiglie e delle unioni non tradizionali, le agevolazioni fiscali per gli istituti e le opere di religione, etc. etc. Nel mondo islamico, poi, la situazione è ancora più complessa e foriera di gravi conseguenze: vi sono tuttora monarchie per diritto divino e l’aspirazione al califfato non è mai del tutto sopita. In alcuni paesi, le alte cariche dello Stato sono attribuite dall’autorità religiosa, spesso dietro il paravento di elezioni farsa. Il diritto penale è confuso con l’etica delle sacre scritture, al punto tale da generare delle vere e proprie aberrazioni giuridiche. La democrazia non è compatibile con la religione, con tutte le religioni. In democrazia non esiste, non può esistere una verità assoluta e “rivelata”, imposta dall’alto, non esistono dogmi, non può riconoscersi una morale religiosa predominante, che pretenda di farsi Stato o di condizionarlo pesantemente. La pre-condizione di un sistema veramente democratico non è tanto la libertà “di” religione, bensì la libertà “dalla” religione, intesa come libertà di credere o non credere, e solo dopo poter scegliere quale fede avere. Ma sempre e comunque nell’ambito della propria sfera privata, anche e soprattutto quando si ricoprono cariche pubbliche e si svolgono funzioni nell’interesse collettivo. L’autorità religiosa influenza soltanto le decisioni personali del credente, la sua coscienza, libero di aderire o meno a una comunità. L’autorità civile rappresenta tutti i cittadini, credenti e non credenti, qualsiasi fede essi professino, nei limiti delle regole della pacifica e civile convivenza. Il fondamento della democrazia è rappresentato dal consenso della maggioranza dei cittadini, non dalla adesione della maggioranza dei credenti. Uno Stato “confessionale” è l’antitesi della democrazia; uno Stato democratico non può che essere profondamente e sostanzialmente “laico”.

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